AVV. MASSIMO STEFANUTTI

DIRITTO&FOTOGRAFIA

 


ARTICOLI
 
  • Brutte notizie dalla perfida Albione

  • Sembra impossibile che simili notizie possano provenire dal paese che più ha contribuito alla tutela dei diritti personali del cittadino ma è proprio così: in un disegno di legge dell’attuale governo laburista presieduto da Gordon Brown, sono state proposte pesanti limitazioni alla possibilità di eseguire riprese fotografiche in luoghi pubblici nelle quali si possano rintracciare dei “dati privati”.

    Infatti secondo l’iniziativa dell’I.C.O. (Information Commissioner’s Office) se in una fotografia scattata per strada (o in un qualunque luogo pubblico) fosse ripreso un privato cittadino, questi avrebbe il diritto di impedire la pubblicazione o la diffusione dell’immagine o comunque di pretendere un compenso per poter consentirne l’uso.

    Se si pensa che la Gran Bretagna è il paese nel quale non vi sono attualmente limiti all’effettuazione di riprese fotografiche in luoghi pubblici o aperti al pubblico, la proposta di legge dà veramente preoccupazione.

    Posto che tale (per il momento futura) modifica legislativa andrebbe ad incidere in modo sostanziale sull’attività non solo dei fotogiornalisti ma pure sull’attività fotografica di chi professionista non è, sarebbe molto facile - non solo per il privato cittadino ma soprattutto per chi avesse qualcosa da nascondere (non ultimo il politico di qualunque colore) – esercitare un controllo diretto sull’informazione.

    Chiunque  potrebbe impedire non solo la pubblicazione e la diffusione, da parte di giornali o altro, di immagini sfavorevoli (dalla frequentazione della escort di turno alla pagamento di mazzette a fini corruttivi) ma, per di più, impedendo anche la prova documentale dell’esecuzione di un reato in quanto non potrebbe esser considerata valida una prova acquisita illecitamente.

    Probabilmente la proposta di legge ha un contenuto più blando e vuole indirizzarsi alla protezione del “dato personale” del privato cittadino, sull’esempio della vigente legislazione italiana in materia di privacy.

    Nel nostro paese il Dlgs. 196/2003 ha voluto mettere un freno al trattamento non autorizzato dei dati personali: oggi tutti abbiamo a che fare (dal medico, presso i gestori di telefonia, in tribunale, ecc.) con i vari moduli che dobbiamo assolutamente sottoscrivere e con i quali autorizziamo i vari soggetti  a trattare (cioè utilizzare) i nostri dati, qualunque essi siano.

    E, per quanto riguarda il nostro corpo, anche la nostra immagine (il ritratto o, meglio, la sembianza) è un dato personale che può essere trattato da terzi ma deve essere protetto da utilizzi illegittimi o addirittura illeciti.

    Per poi giungere alla necessità di un consenso scritto (e non più verbale o quanto meno implicito) qualora il nostro dato personale sia “sensibile” ed esattamente quelli idonei a rivelare l'origine razziale ed etnica, le convinzioni religiose, filosofiche o d’altro genere, le opinioni politiche, l'adesione a partiti, sindacati, associazioni od organizzazioni a carattere religioso, filosofico, politico o sindacale, nonché i dati personali idonei a rivelare lo stato di salute e la vita sessuale.

    Se si fa mente locale a tale elenco, subito ci si accorge che osservando puntualmente la regola non si farebbe più una fotografia: a titolo di esempio, sarebbe necessario il consenso scritto anche per poter utilizzare l’immagine di un soggetto che porta gli occhiali, in quanto rilevatori di uno stato di salute particolare (un difetto della vista).

    Se poi pensiamo all’origine razziale o etnica (con evidente scivolone concettuale il legislatore non ha pensato che esiste una sola razza, quella umana) sarebbe necessario il consenso scritto se un nero fotografa un soggetto di pelle bianca ( o il contrario ), se un orientale fotografasse un indiano ( o il contrario ), ecc.

    Sempre in materia di differenze di culture fotografie (e non solo) in  Gran Bretagna ( e così in tutti i paesi del Commonwealth ) esiste un vasto diritto di “panorama freedom”: la sezione 62 del Copyright, Designs and Patent Act del 1988 consente ai fotografi di scattare fotografie di edifici, sculture, ed opere di artigianato artistico, se permanentemente installate in un luogo pubblico o aperto al pubblico senza infrangere il copyright ed utilizzare le fotografie per qualunque scopo.

    Anche se poi la norma si applica alle opere tridimensionali ma non a quelle bidimensionali quali i murales, le scritte pubblicitarie, i segnali stradali.

    Per cui si può tranquillamente fotografare il bellissimo edifico sferico nella City Hall di Londra a firma dell’architetto Norman Foster senza violare il diritto d’autore mentre, a Venezia, non sarebbe possibile fotografare il  nuovo ponte di Calatrava senza ledere il copyright dell’architetto catalano.

    Ma le brutte notizie da oltre Manica non finiscono qui: sembra proprio che sia un periodaccio per la fotografia inglese!

    Philip Dunn (un ex fotografo del Sunday Times) sull’ Online Journalism Blog, invita i colleghi alla rivoluzione se diventerà legge dello stato inglese il Digital Economy Bill, attualmente è in discussione in Parlamento.

    Secondo le norme internazionali e  il Copyright Act del 1988 , il fotografo deve avere la piena disponibilità sui diritti del proprio lavoro: secondo la proposta modifica, se l’ autore vorrà mantenere il  controllo sul suo lavoro, dovrà registrare la fotografia opera (e ciascuna versione di essa) presso una neonata Agenzia.

    Se ciò non avvenisse e l’immagine fosse resa in pubblico dominio dal fotografo, la fotografia potrebbe esser utilizzata da chiunque senza consenso (e senza riconoscimento della partenità) e senza riconoscimento dei relativi diritti economici, addirittura con scopi di lucro.

    Sarebbe il sistema del c.d. orphan work: si tratta di una foto coperta da copyright ma per la quale non si pagano diritti di autore in quanto non è possibile individuare o contattare chi li detiene.

    Per fortuna, qui siamo in Italia.

    Avv. Massimo Stefanutti, diritto della fotografia e dell’immagine, Venezia.

    © Riproduzione riservata