AVV. MASSIMO STEFANUTTI

DIRITTO&FOTOGRAFIA

 


ARTICOLI
 
  • Eluana

  • La dolorosa vicenda di Eluana Englaro si è conclusa; e nel solo modo in cui poteva (o doveva) finire.

    Per settimane le immagini di una ragazza dolce e sorridente ci hanno scrutato dalle pagine dei giornali, dal monitor della televisione o via web, suscitandoci interrogativi laceranti sulla fine della vita e sull’inizio della morte.

    Nelle mani di papà Englaro -  per il quale la figlia era morta 17 anni fa -  le sue foto avevano la funzione di ricordo e di memoria, di un tempo felice, di un’Eluana viva e vitale, splendente nella sua tuta da sci e con una vita davanti.

    Si sentiva, - in quelle piccole immagini  tenute in mano da un uomo dallo sguardo profondo e determinato (erano lasciate in evidenza su un piccolo tavolino) - tutto il contrasto tra la realtà attuale di Eluana ed una vita fermata, più o meno, 17 anni addietro.

    Ecco che di colpo, le immagini di quella (non questa, anche se ora non più) Eluana venivano accostate a proclami di salvezza o ad interventi quasi divini per tutelarne la vita (o la prossima morte).

    Nessuno percepiva la sottile linea tra la comunicazione (di una memoria, di un sentimento, di un ricordo affettuoso) dalla mistificazione e la manipolazione dell’immagine per fini ideologici.

    Tutto era piegato alla necessità della bio (o tanato) politica, ma non certo a quella dell’informazione.

    Brandendo l’immagine di Eluana come un’icona del martirio a lei imposto, è stata impalcata un’operazione di induzione dalla quale nessuno è stato capace di sottrarsi coscientemente: era proprio possibile far morire di fame e di sete una così bella ragazza? Perché la magistratura aveva autorizzato questo? Non si poteva far qualcosa? Nessuno – sia laico che credente – davanti a queste foto si è interrogato sulla loro veridicità o sulla loro falsità.

    E qui - non per pretese di purezza ma quanto per togliere a quelle  fotografie un loro uso distorto – non posso che esternare un’assoluta indignazione per quanto è successo e per quanto ho visto.

    Per fortuna (o forse per merito di papà Englaro) la differenza tra la realtà indotta e la vera condizione di Eluana mai è stata rivelata e fotografata, anche se era facilmente immaginabile, dopo 17 anni di coma.

    Una barriera impenetrabile (non risulta che ci siano immagini pubblicate di Eluana né prima né dopo la morte in quanto il protocollo prevedeva anche tale divieto) è stata innalzato tra lei e la curiosità morbosa del pubblico e dei giornalisti, addirittura con il divieto di portare telefonini con fotocamera dove Eluana giaceva nel suo sonno.

    Tutto questo non è nuovo, nella storia della fotografia: anzi si potrebbe dire che la fotografia si caratterizza (molte volte) per l’uso che se ne fa,  al di là delle intenzioni dell’operatore.

    Esemplare è la vicenda della foto del “Che” Guevara, ripreso da Alberto Korda che è stata riprodotta ovunque, anche sulla carta igienica, con ovvio sfregio ideologico.

    Le foto di Eluana non sono state le prime e non saranno nemmeno le ultime di questa serie.

    Ma ciò che sconcerta è, alla fine, il fragoroso silenzio su questo aspetto della mortale vicenda di una povera mortale.

    Avv. Massimo Stefanutti, diritto della fotografia e dell’immagine, Venezia.

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