AVV. MASSIMO STEFANUTTI

DIRITTO&FOTOGRAFIA

 


ARTICOLI Ospiti
 
  • • VIETATO! I limiti che cambiano la fotografia
  • Michele Smargiassi: Dalla pecetta al burqa
  • Nel suo classico libro Fotografia e società, Gisèle Freund pubblica una celebre immagine di Robert Doisneau: due personaggi, una giovane e graziosa ragazza e un anziano un po’ attonito avventore, davanti al bancone di Chez Fraysse, il caffé di rue de Seine che il più argot dei fotografi parigini frequentava abitualmente, e da cui aveva deciso di cominciare quando Le Point gli chiese un reportage sui bistrot. Una fotografia straordinaria, con due personaggi perfetti per un inizio di un romanzo: la mademoiselle con lo sguardo timido e sfuggente e la mano esitante sul piede del calice, che ignora forse di proposito il maturo signore con cappello e pochette che la sta fissando con insistenza, forse incerto se rivolgerle la parola; quattro bicchierini sul bancone, uno vuoto, due pieni, uno a metà.

    Una foto bellissima però maledetta, uccisa dai suoi utilizzi impropri successivi. Riutilizzata all’insaputa dell’autore per illustrare un servizio sull’alcolismo e uno sulla prostituzione, fu trascinata in tribunale dall’uomo che vi compare (un buon professore di disegno, né laido né ubriacone, e che forse, come in tante altre foto di Doisneau, era stato ingaggiato per la piccola recita) e infine condannata. Volevo pubblicarla in un mio libro: non mi è stato concesso. Anche la Freund, a quanto pare, ebbe qualche problema: nel suo, infatti, è riprodotta, ma con l’applicazione di una striscia nera sugli occhi dell’uomo.

    La conosco bene quella strisciolina nera. Mandata ormai in pensione dalla sua nipotina digitale, la pixellatura, si chiamava “pecetta” ed era un attrezzo molto familiare ai giornalisti dei quotidiani di cronaca o dei settimanali scandalistici, e serviva anch’essa a mascherare l’identità di un personaggio fotografato, per evitare grane. Ora, io non sono mai riuscito a capire sulla base di quale teoria fisiognomica coprire gli occhi di una persona con una striscia nera dovrebbe renderne irriconoscibile l’identità. Ma certo non era quello il suo vero scopo.

    Per i capiredattori era in realtà uno stratagemma comodo e un po’ ipocrita per fingere di ottemperare a un dovere di riservatezza (“vedi, ti ho usato un riguardo, non volevo svelare la tua identità”) senza nello stesso tempo rinunciare allo scoop. Era una scusante preventiva, un disclaimer, diremmo oggi, che serviva per autorizzare il suo contrario, un vorrei-ma-non-posso-e-allora-posso-lo-stesso: “ho la tua fotografia, so che non potrei pubblicarla perché ti arrecherebbe danno o infrangerebbe qualche regola etica del mestiere, però non so resistere alla tentazione di soddisfare il voyeurismo del lettore, o semplicemente di dimostrare quanto sono bravo nel raccogliere le notizie, insomma la pubblico, ma non la pubblico del tutto, però la pubblico...”.

    La misura di quella ipocrisia era perfettamente quantificabile nella larghezza della bandella nera, così come oggi è apprezzabile nella grandezza delle tessere di mosaico della pixellatura: più la pecetta è stretta e i pixel sono minuti, più ti lascio indovinare com’è fatto quel volto.

    I semiologi chiamano “segni para-iconici” queste aggiunte manuali sul “testo” dell’immagine, e hanno capito quel che noi giornalisti intuiamo per mestiere: che la pecetta, nata per proteggere la riservatezza e dunque l’onorabilità di una persona, ha finito per trasformarsi nel suo contrario, nel marchio di un sospetto, nel segnale che allude a qualcosa di illecito e di sporco: se non posso vedere questo volto, deve esserci sotto qualcosa di losco.... Anche un ritratto di madre Teresa di Calcutta, se le appiccicate una strisciolina nera sugli occhi, vi farà sobbalzare: ma cosa avrà  mai combinato, la santa donna?

    Allora è una sana provocazione, è un giusto shock passare in rassegna le immagini di questa mostra, alcune così note da sembrarci vecchie amiche, e vederle così, trasformate in immagini sospette, che è come vedere i nostri parenti in manette, oddìo, ma che ti è successo? È successo che anche il concetto di privacy, sacrosanto e prezioso, ha finito per cambiare segno nella considerazione di massa, rovesciandosi in qualcosa che se non è il suo opposto poco ci manca. Il diritto alla tutela e alla proprietà della propria immagine è nato per difenderci dagli usi impropri, diffamatori o commerciali della nostra identità visuale, è nato per impedire che altri, malintenzionatamente, la sfruttino e la mercifichino. Ma in questa società di merce, quando dici “hai diritto a questo”, ormai tutti capiscono “allora possiedo una cosa che ha un valore!”, un valore monetizzabile, un valore su cui puoi fare un guadagno. La privacy diventa così (grazie anche a una giurisprudenza che forza il senso originario delle leggi) la chiave che ti autorizza a trasformare la tua immagine in un oggetto mercantile che dà origine a un profitto. Mi hai fotografato senza permesso? E io ti faccio causa per danni. Andatelo a chiedere ai fotografi: ciascuno avrà i suoi deprimenti episodi da raccontare.

    Ma ragioniamo: proteggere dallo sfruttamento e sfruttare non sono due cose opposte? E poi, cosa mi dà il diritto di vendere quell’immagine di me che chiunque può gratuitamente vedere mentre passeggio per la strada? A chi appartengono i fotoni che rimbalzando sul mio volto si diffondono nell’atmosfera? La fotografia è solo una forma evidente e oggettivata di quel prelievo della mia immagine che qualsiasi persona io incroci nella mia vita sociale non può che compiere, liberamente, non appena posa gli occhi su di me. Per proibirglielo non mi resterebbe che chiudermi in casa, o in un burqa. Proviamo a immaginare i divieti islamici in questa chiave, come una forma estrema, integralista e maschilista di protezione del diritto all’immagine: in questo caso, il diritto del marito alla proprietà esclusiva dell’immagine della moglie.

    Il problema non è vietare lo sguardo, ma sorvegliare l’utilizzo. Non ho obiezioni che esistano leggi per tutelarci dall’uso malevolo o improprio o degradante che della nostra immagine può essere fatto da altri. In particolare, non ho nulla in contrario a leggi che proteggano i soggetti deboli (bambini, malati di mente) che sono incapaci di rendersi responsabili consapevoli di quel gioco sociale di cui dicevo sopra. Ma bisogna che un danno o un uso improprio ci sia stato effettivamente, e non sia presupposto.

    La mia idea è questa: essendo adulti coscienti di vivere dentro una civiltà che ha inventato strumenti che funzionano come protesi dell’occhio, tra cui anche la fotografia, dovremmo accettare per principio il diritto altrui di guardarci per mezzo di essi. Non possiamo opporci all’essere guardati nel momento in cui accettiamo di esporci; se non appunto estraendoci dallo spazio pubblico. Questo non significa che sia sempre piacevole essere guardati: ma non è illegale. Insomma mi sento di affermare che tutto ciò che posso legittimamente vedere nello spazio pubblico dell’esposizione del sé, posso legittimamente fotografare.

    Michele Smargiassi

    giugno 2011

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