Un infinito istante
In una bella fotografia di Henry
Cartier-Bresson, “Les
voyeurs-spectateurs” (1932), due persone sono dinanzi a una
barriera di tela; un’attenta e concentrata, sta osservando
qualcosa di molto attraverso un foro, mentre
l’altra, forse a sua volta in attesa di guardare, appare
piuttosto distratta e volge lo sguardo altrove.
La medesima fotografia è stata ripresa quarant’anni dopo dal
pittore Eduardo Arroyo:
“Gillels Aillaud guarda la realtà da un buco accanto a un
collega indifferente” (1973).
Nella tela di Arroyo tutta la situazione è riportata in maniera
identica tranne che in un dettaglio: la testa del “collega
indifferente” non è descritta ma sostituita in silhouette da
punti di colore grigiastro.
Ci sono in queste due raffigurazioni molti elementi che
conducono a una riflessione sulla pratica stenopeica.
La prima è la funzione di “tramite” esercitata dalla piccola
apertura; l’osservatore è avvinto da ciò che vede oltre la tela
mentre chi è escluso è assente non solo con il pensiero ma quasi
fisicamente; non è un caso che l’abbigliamento del secondo
ricordi Magritte: un omino con grandi baffi avvolto in un
pesante pastrano con la classica bombetta in testa.
Una presenza surreale quasi a significare che chi non guarda il
mondo ponendosi in relazione con esso non ha alcun ruolo, in
pratica non esiste.
Significativamente Arroyo non dipinge la testa del secondo
spettatore ma la dissolve in una serie di macchie scure che
faticano ad amalgamarsi.
La pratica fotografica pretende una selezione mentale della
realtà; l’osservazione retinica isola un frammento di ciò che ci
circonda, lo campisce attraverso l’inquadratura e lo registra
nel materiale sensibile.
Per arrivare a questo è necessario guardare attraverso il mirino
della fotocamera che riporta l’immagine così come essa verrà
fermata nel fotogramma.
E’ una visione nitida, luminosa, che chi scatta controlla a
piacimento; il tempo di posa è infinitesimale, una frazione di
vita congelata per sempre.
Il risultato sarà una verosimiglianza della realtà, non la sua
riproduzione, dove parte del merito sarà attribuibile
all’eccellenza dei materiali usati.
L’empirica osservazione dei fenomeni ottici in un ambiente poco
illuminato generarono la “camera obscura”; il suo
perfezionamento nel corso dei secoli portò inevitabilmente alla
congiunzione con il materiale sensibile dando origine alla
moderna fotografia.
Oggi la tecnologia, specie quella digitale, ci permette
soluzioni un tempo inimmaginabile, anche se il concetto di base,
il passaggio della luce attraverso un foro, è rimasto immutato.
Forse è stata quest’abbondanza di tecnica a provocare, dapprima
in tono sommesso poi in maniera crescente, un ritorno alla
pratica stenopeica vale a dire l’uso di una scatola munita di un
piccolo forellino attraverso il quale la luce va a impressionare
il materiale sensibile in essa contenuto.
Potrebbe sembrare un forma del rigetto del progresso
scientifico, il tentativo di affermare la priorità del risultato
attraverso la mente piuttosto che con il mezzo.
Ma c’è anche un secondo aspetto meno evidente ma altrettanto
significativo: l’incertezza del risultato.
Ogni “scatto” stenopeico è una piccola avventura. Nulla è dato
per acquisito; non c’è possibilità di vedere in anticipo ciò
accadrà, non di definire i contorni e nei toni, né infine di
stabilire il “momento decisivo” poiché i tempi di posa sono
molto lunghi.
Così viene meno una delle virtù più
affascinanti della fotografia, l’istantanea, che per lungo tempo
è sembrata costituire il vero “specifico”.
Durante l’esposizione molte cose possono succedere e anche
questo garantisce l’imprevedibilità del risultato.
Ma sono le caratteristiche tecniche a rendere estetica la
pratica stenopeica; innanzitutto la funzione grandangolare,
spesso assai spinta, che altera e modifica le dimensioni e poi
la precisione dei contorni del foro.
Quanto più essi sono incerti tanto più scuri e labili sono i
bordi del fotogramma mentre l’immagine centrale continuerà a
risultare nitida e luminosa.
Tutto ciò conferisce un alone di mistero, una visione
fantasmatica che sembra emergere dalle tenebre.
La presenza dell’operatore fotografo sembrerebbe ininfluente se
non per il posizionamento della fotocamera alla distanza
ritenuta più opportuna nonché per il calcolo della durata
dell’esposizione.
E’ viceversa proprio in questo frangente che l’opera dell’autore
si distingue e determina la qualità del risultato; se
così non fosse esso sarebbe alla portata di tutti, cosa in
teoria possibile ma che in realtà non può avvenire.
La capacità del fotografo sta proprio nella scelta del soggetto
e nella previsualizzazione del risultato acquisibile dopo non
poca pratica; anche questo un segno di qualità individuale.
Oggi sono molti coloro che hanno abbracciato la stenoscopia
trascurando o addirittura abbandonando
la fotografia tradizionale; Massimo Stefanutti è tra
questi diventandone in qualche anno uno fra i più appassionati e
apprezzati autori.
Quanto a pratica non è certamente alle prime armi; è un
fotografo esperto che si cimenta con l’espressione fotografica
da almeno trent’anni, quasi tutti all’interno del Circolo
Fotografico “La Gondola” di Venezia.
Si è sempre distinto per l’originalità della ricerca, rifuggendo
sin da subito dagli stereotipi e dai trabocchetti del “bello”,
così comuni fra i neofiti.
Molteplici i percorsi intrapresi usando tecniche differenti,
cimentandosi con situazioni fotografiche fra le più impervie,
ottenendo comunque risultati di tutto rilievo.
Poi qualche anno fa la svolta dello stenopeico dapprima
timidamente poi con maggior sicurezza e consapevolezza.
La presente mostra è la summa dei suoi percorsi più
significativi e la dimostrazione di una maturità espressiva
davvero ragguardevole.
Vale la pena innanzitutto di soffermarsi sui soggetti
fotografati assai vari ma accomunati da un progetto realizzativo
che a dispetto del mezzo poco concede alla casualità.
Si passa dalle iconografie sublimi – Venezia soprattutto – alle
situazioni più intimistiche e familiari - il paesaggio,
l’ambiente domestico, il ritratto - e infine al nudo su cui vale
la pena di spendere due parole.
Come si sa, la raffigurazione del nudo in fotografia appartiene
normalmente al genere femminile; la levigatezza dei corpi, la
loro sinuosità, le possibilità creative utilizzando i dettagli e
la luce hanno dato origine nel corso della storia a risultati di
alta qualità nei quali la bellezza oggettiva è stata
trasfigurata dallo stile.
Stefanutti, sovvertendo la prassi, indaga sul corpo maschile
senza particolari intenti estetici ma lasciando all’operazione
stenopeica il compito di selezionare i dettagli, di creare
interesse; l’indefinito che viene a formarsi sul fotogramma,
l’alone d’incertezza che circonda il nudo di cui a malapena
riconosciamo le fattezze ci porta fatalmente a porre delle
domande e naturalmente a darci più risposte.
E’ in fondo la qualità specifica della fotografia, quella
dell’ambiguità e dell’incertezza che solo nella contemporaneità
è stata per intero percepita.
Il messaggio stenopeico ci trasmette l’inquietudine dei nostri tempi, l’incapacità di stabilire un rapporto definito con l’immagine e con il mondo rappresentato cogliendone un solo significato.
La fotografia stenopeica non è
rassicurante.
Stefanutti lo sa e ne approfitta; così la sua Venezia emerge
dall’ombra livida e angosciosa, i bimbi della prima comunione
sembrano piccoli ectoplasmi, gli ambienti e gli oggetti
familiari per natura positivi, appaiono misteriosi ed estranei.
Il soggetto affiora dal buio, è paradigma della memoria, del
recupero dall’oblio.
L’autore evoca e descrive storie strane, vicende vissute chissà
quando e chissà dove con protagonisti mai definiti, sempre al
limite della dissoluzione.
Un’esistenza da fantasmi in un ambiente di fantasmi; forse il
rovescio della medaglia, il capovolgimento del vivere d’oggi che
pretende solo certezze, sicurezze, colore.
La fotografia di Stefanutti non ci conforta ma ci obbliga alla
riflessione, a prendere coscienza esatta della nostra
condizione, senza riferimenti precisi, traguardi, certezze; è un
indagare non solo nella memoria ma negli anfratti della psiche
individuale.
Ognuno può vedere ciò che vuole traendone di conseguenza le
conclusioni più disparate.
E’ un gioco sottile condotto talvolta sul filo dell’ironia,
trascurando la prosa enfatica di tanta fotografia contemporanea;
non è nemmeno un’operazione concettuale poiché non si affida
alla povertà dei reperti e di certe situazioni spaesanti per
suscitare emozioni.
Stefanutti si affida alla “purezza” del mezzo stenopeico che in
realtà si rivela assai complesso e di non facile lettura.
Abituarsi a questo tipo di fotografia indubbiamente non è facile
ma gradualmente, proprio guardando le immagini di questa mostra,
si entra in sintonia con esse e si stabilisce una sorta di
complicità con l’Autore, un viaggiare in parallelo alla scoperta
di una nuova dimensione.
Manfredo Manfroi
Presidente del Circolo Fotografico “La Gondola” - Venezia