MASSIMO STEFANUTTI

 

 

FOTOGRAFIA STENOPEICA

 

PINHOLE PHOTOGRAPHY

 

Un infinito istante

In una bella fotografia di Henry Cartier-Bresson, “Les voyeurs-spectateurs” (1932), due persone sono dinanzi a una barriera di tela; un’attenta e concentrata, sta osservando qualcosa di molto attraverso un foro, mentre l’altra, forse a sua volta in attesa di guardare, appare piuttosto distratta e volge lo sguardo altrove.

La medesima fotografia è stata ripresa quarant’anni dopo dal pittore Eduardo Arroyo: “Gillels Aillaud guarda la realtà da un buco accanto a un collega indifferente” (1973).

Nella tela di Arroyo tutta la situazione è riportata in maniera identica tranne che in un dettaglio: la testa del “collega indifferente” non è descritta ma sostituita in silhouette da punti di colore grigiastro.

Ci sono in queste due raffigurazioni molti elementi che conducono a una riflessione sulla pratica stenopeica.

La prima è la funzione di “tramite” esercitata dalla piccola apertura; l’osservatore è avvinto da ciò che vede oltre la tela mentre chi è escluso è assente non solo con il pensiero ma quasi fisicamente; non è un caso che l’abbigliamento del secondo ricordi Magritte: un omino con grandi baffi avvolto in un pesante pastrano con la classica bombetta in testa.

Una presenza surreale quasi a significare che chi non guarda il mondo ponendosi in relazione con esso non ha alcun ruolo, in pratica non esiste.

Significativamente Arroyo non dipinge la testa del secondo spettatore ma la dissolve in una serie di macchie scure che faticano ad amalgamarsi.

La pratica fotografica pretende una selezione mentale della realtà; l’osservazione retinica isola un frammento di ciò che ci circonda, lo campisce attraverso l’inquadratura e lo registra nel materiale sensibile.

Per arrivare a questo è necessario guardare attraverso il mirino della fotocamera che riporta l’immagine così come essa verrà fermata nel fotogramma.

E’ una visione nitida, luminosa, che chi scatta controlla a piacimento; il tempo di posa è infinitesimale, una frazione di vita congelata per sempre.

Il risultato sarà una verosimiglianza della realtà, non la sua riproduzione, dove parte del merito sarà attribuibile all’eccellenza dei materiali usati.

L’empirica osservazione dei fenomeni ottici in un ambiente poco illuminato generarono la “camera obscura”; il suo perfezionamento nel corso dei secoli portò inevitabilmente alla congiunzione con il materiale sensibile dando origine alla moderna fotografia.

Oggi la tecnologia, specie quella digitale, ci permette soluzioni un tempo inimmaginabile, anche se il concetto di base, il passaggio della luce attraverso un foro, è rimasto immutato.

Forse è stata quest’abbondanza di tecnica a provocare, dapprima in tono sommesso poi in maniera crescente, un ritorno alla pratica stenopeica vale a dire l’uso di una scatola munita di un piccolo forellino attraverso il quale la luce va a impressionare il materiale sensibile in essa contenuto.

Potrebbe sembrare un forma del rigetto del progresso scientifico, il tentativo di affermare la priorità del risultato attraverso la mente piuttosto che con il mezzo.

Ma c’è anche un secondo aspetto meno evidente ma altrettanto significativo: l’incertezza del risultato.

Ogni “scatto” stenopeico è una piccola avventura. Nulla è dato per acquisito; non c’è possibilità di vedere in anticipo ciò accadrà, non di definire i contorni e nei toni, né infine di stabilire il “momento decisivo” poiché i tempi di posa sono molto lunghi.

Così viene meno una delle virtù più affascinanti della fotografia, l’istantanea, che per lungo tempo è sembrata costituire il vero “specifico”.

Durante l’esposizione molte cose possono succedere e anche questo garantisce l’imprevedibilità del risultato.

Ma sono le caratteristiche tecniche a rendere estetica la pratica stenopeica; innanzitutto la funzione grandangolare, spesso assai spinta, che altera e modifica le dimensioni e poi la precisione dei contorni del foro.

Quanto più essi sono incerti tanto più scuri e labili sono i bordi del fotogramma mentre l’immagine centrale continuerà a risultare nitida e luminosa.

Tutto ciò conferisce un alone di mistero, una visione fantasmatica che sembra emergere dalle tenebre.

La presenza dell’operatore fotografo sembrerebbe ininfluente se non per il posizionamento della fotocamera alla distanza ritenuta più opportuna nonché per il calcolo della durata dell’esposizione.

E’ viceversa proprio in questo frangente che l’opera dell’autore  si distingue e determina la qualità del risultato; se così non fosse esso sarebbe alla portata di tutti, cosa in teoria possibile ma che in realtà non può avvenire.

La capacità del fotografo sta proprio nella scelta del soggetto e nella previsualizzazione del risultato acquisibile dopo non poca pratica; anche questo un segno di qualità individuale.

Oggi sono molti coloro che hanno abbracciato la stenoscopia trascurando o addirittura abbandonando  la fotografia tradizionale; Massimo Stefanutti è tra questi diventandone in qualche anno uno fra i più appassionati e apprezzati  autori.

Quanto a pratica non è certamente alle prime armi; è un fotografo esperto che si cimenta con l’espressione fotografica da almeno trent’anni, quasi tutti all’interno del Circolo Fotografico “La Gondola” di Venezia.

Si è sempre distinto per l’originalità della ricerca, rifuggendo sin da subito dagli stereotipi e dai trabocchetti del “bello”, così comuni fra i neofiti.

Molteplici i percorsi intrapresi usando tecniche differenti, cimentandosi con situazioni fotografiche fra le più impervie, ottenendo comunque risultati di tutto rilievo.

Poi qualche anno fa la svolta dello stenopeico dapprima timidamente poi con maggior sicurezza e consapevolezza.

La presente mostra è la summa dei suoi percorsi più significativi e la dimostrazione di una maturità espressiva davvero ragguardevole.

Vale la pena innanzitutto di soffermarsi sui soggetti fotografati assai vari ma accomunati da un progetto realizzativo che a dispetto del mezzo poco concede alla casualità.

Si passa dalle iconografie sublimi – Venezia soprattutto – alle situazioni più intimistiche e familiari - il paesaggio, l’ambiente domestico, il ritratto - e infine al nudo su cui vale la pena di spendere due parole.

Come si sa, la raffigurazione del nudo in fotografia appartiene normalmente al genere femminile; la levigatezza dei corpi, la loro sinuosità, le possibilità creative utilizzando i dettagli e la luce hanno dato origine nel corso della storia a risultati di alta qualità nei quali la bellezza oggettiva è stata trasfigurata dallo stile.

Stefanutti, sovvertendo la prassi, indaga sul corpo maschile senza particolari intenti estetici ma lasciando all’operazione stenopeica il compito di selezionare i dettagli, di creare interesse; l’indefinito che viene a formarsi sul fotogramma, l’alone d’incertezza che circonda il nudo di cui a malapena riconosciamo le fattezze ci porta fatalmente a porre delle domande e naturalmente a darci più risposte.

E’ in fondo la qualità specifica della fotografia, quella dell’ambiguità e dell’incertezza che solo nella contemporaneità è stata per intero percepita.

Il messaggio stenopeico ci trasmette l’inquietudine dei nostri tempi, l’incapacità di stabilire un rapporto definito con l’immagine e con il mondo rappresentato cogliendone un solo significato.

La fotografia stenopeica non è rassicurante.

Stefanutti lo sa e ne approfitta; così la sua Venezia emerge dall’ombra livida e angosciosa, i bimbi della prima comunione sembrano piccoli ectoplasmi, gli ambienti e gli oggetti familiari per natura positivi, appaiono misteriosi ed estranei.

Il soggetto affiora dal buio, è paradigma della memoria, del recupero dall’oblio.

L’autore evoca e descrive storie strane, vicende vissute chissà quando e chissà dove con protagonisti mai definiti, sempre al limite della dissoluzione.

Un’esistenza da fantasmi in un ambiente di fantasmi; forse il rovescio della medaglia, il capovolgimento del vivere d’oggi che pretende solo certezze, sicurezze, colore.

La fotografia di Stefanutti non ci conforta ma ci obbliga alla riflessione, a prendere coscienza esatta della nostra condizione, senza riferimenti precisi, traguardi, certezze; è un indagare non solo nella memoria ma negli anfratti della psiche individuale.

Ognuno può vedere ciò che vuole traendone di conseguenza le conclusioni più disparate.

E’ un gioco sottile condotto talvolta sul filo dell’ironia, trascurando la prosa enfatica di tanta fotografia contemporanea; non è nemmeno un’operazione concettuale poiché non si affida alla povertà dei reperti e di certe situazioni spaesanti per suscitare emozioni.

Stefanutti si affida alla “purezza” del mezzo stenopeico che in realtà si rivela assai complesso e di non facile lettura.

Abituarsi a questo tipo di fotografia indubbiamente non è facile ma gradualmente, proprio guardando le immagini di questa mostra, si entra in sintonia con esse e si stabilisce una sorta di complicità con l’Autore, un viaggiare in parallelo alla scoperta di una nuova dimensione.  

 

Manfredo Manfroi

Presidente del Circolo Fotografico “La Gondola” - Venezia

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