MASSIMO STEFANUTTI

 

 

FOTOGRAFIA STENOPEICA

 

PINHOLE PHOTOGRAPHY

 

 L’OBIETTIVO DEL “SENZA OBIETTIVO”

La fotografia stenopeica, o “Pinhole Photography”, ovvero il fotografare senza l’ottica, riducendo la macchina a una scatola forata, la “Camera Obscura” quattrocentesca (ma può essere un qualunque oggetto, Gioli docet: una conchiglia, una noce, una grattugia, dei crackers...), sconfigge senza appello la falsa concezione della fotografia come mezzo di riproduzione illusoria della realtà. Si oppone perciò all’utopia della mimèsis, a quel procedimento di rendering, perseguito da un certo genere fotografico, che aspira a un “... perfetto e totale (e impossibile!) rilievo duplicativo” (Giovanni Anceschi). La scelta stenopeica si basa invece sullo screening, cioè su una selezione concettuale e poetica della realtà.

Nella fotografia stenopeica si incontrano le prove dei proto-fotografi e le sperimentazioni delle Avanguardie: all’arte fotografica vengono rese l’iniziale potenzialità inventiva e la carica eversiva che le erano state sottratte quando, da un certo punto in poi, fu delegata a svolgere l’improprio ruolo di sostituto della pittura accademica.

In tempi di ipertecnologia e di mondi virtuali più veri del vero creati dalla fotografia digitale, la scelta controcorrente è proprio l’azzeramento totale del mezzo per un ritorno allo sguardo nudo e diretto delle origini: eliminato l’apparato tecnologico, quel che rimane è l’essenza del mistero.

Massimo Stefanutti, che seguiva un percorso agli antipodi della mimèsis anche quando utilizzava la macchina con le ottiche (la sua prima serie stenopeica è del 2000), ha trovato nello stenopeico una filosofia del fotografare coincidente, per affinità elettiva, con le sue più autentiche e originali inclinazioni. Lo stenopeico è per Stefanutti una “media relazionale”, nel senso che, anziché una comunicazione, vi si attua una visualizzazione del rapporto del fotografo con il mondo delle cose, a loro volta relazionate in una complessa rete di necessità. E rappresenta la poetica rivalsa della creatività in opposizione agli imperativi di una tecnologia pervasiva e banalizzante.

Qui il fotografo può davvero mettersi alla prova, tentando di capire le particolarità del “crudele spazio stenopeico” (come lo definisce Paolo Gioli), destinato a deludere chi non possieda doti intuitive ed empatiche o chi non sappia ancora applicare allo specifico del caso il proprio bagaglio di conoscenze teoriche.

Privato di mirino, dunque di traguardazione, di inquadratura e messa a fuoco, al fotografo non resta che immaginare quale può essere il risultato, che non corrisponde allo sguardo del proprio occhio ma a quello dell’occhio del foro.

Dovrà perciò essere in grado di individuare, con una misurazione puramente mentale che ben si definisce pre visualizzazione, il rapporto di masse e piani caratterizzante lo spazio/ambiente stenopeico, e quale sarà l’effetto della luce; ma, oltre a questo, saper assecondare la natura filosofica di tale spazio, che è squisitamente onirica e metafisica.

Un’esperienza quasi mistico-iniziatica, dunque: quella di giungere all’enigma che si cela dietro l’apparenza delle cose e catturarlo rendendolo in qualche modo visibile.

Lo spazio stenopeico costringe a reinterpretare il meccanismo della visione; è regolamentato da leggi sue proprie, pertinenti a una percezione visiva fondata sul motto “si vede quel che si sa” (e che si intende vedere): “Ci si costruisce quello che serve realmente per rendere visibile solo quello che si vuole vedere e che non si vede ancora” (Dominique Stroobant).

 Michela Giacon

© Riproduzione riservata

 

PINHOLE PHOTOGRAPHY

"Pinhole Photography" means photography without a lens reducing the camera to a box with a hole in it: the "Camera Obscura" of the fifteenth century (but it could be any object: a seashell, walnut, grate, crackers), defies any pretence to the illusory reproduction of reality. It is opposed to utopian mimesis, the process of rendering reality followed by some photographers:

"..a perfect, total (and impossible!) duplication" (Giovanni Anceschi). Pinhole photography is based on screening, i.e. a conceptual and poetic selection from reality.

Pinhole photography includes the work of proto-photographers and avant-garde

experimentation: photography is restored to its initial creative potential and power to subvert which was lost when it took on the improper role of replacing academic painting.

In this time of hyper technology and virtual worlds created by digital photography overtaking reality, the decision to swim against the tide and abandon technology altogether to return to the naked eye is one that aims to restore the essence of mystery.

Massimo Stefanutti was never interested in mimesis even when he used camera optics (his first pinhole photographs date back 2000) and has found an elective affinity with this technique that responds to his natural inclinations.

For Stefanutti, pinhole photography is a "relational vehicle", in that it does not display the world but reveals the relationship of the photographer with the world of objects, and the relationship between these objects.

It represents poetics and creativity as opposed to technology and the banal. The photographer is put to the test in an attempt to understand “the cruel space of pinhole photography” as Paolo Gioli called it. This requires a great deal of intuition and empathy, and mastery of technique. With no “object” - target, objective - to focus on, the photographer must see not with his own eyes but with the vision of the pinhole itself.

This means understanding the relationship between planes ands masses in a given space, ability called “pre-visualization”, with the effect of the light, on what is necessarily a dreamy, metaphysical dimension of reality.

This attempt to reveal what lies behind the appearance of things and to make this enigma visible is a somewhat mystical exercise.

Pinhole photography is a reinterpretation of the mechanism of vision based on the precept that “you see what you know” (and intend to see): "It constructs what is necessary to make visible what you want to see and cannot yet be seen” (Dominique Stroobant).

 Michela Giacon

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